Don Peppe Diana.L’uomo che sfidò la camorra.

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Don Peppino aveva deciso di lasciare somigliare la sua faccia sempre più a se stesso, come una garanzia di trasparenza in una terra dove i volti invece devono orientarsi in smorfie pronte a mimare ciò che si rappresenta, aiutati dai soprannomi che caricano il proprio corpo del potere che si vuole suturare alla propria epidermide. Roberto Saviano

Ore 07.20 circa di un lontano 19 marzo 1994, cinque colpi di arma da fuoco tuonarono all’interno della sacrestia della chiesa di San Nicola a Casal Di Principe: due rivolti alla testa, uno al volto, uno al collo e uno alla mano.
Un cuore cessò di battere.
Una vita, sprovvista della possibilità di difendersi, giunse così al termine.
Questo non bastò, dopo averlo barbaramente freddato, gli assassini ne deturparono il corpo con ulteriori colpi al basso ventre.
Quel giorno per mano della camorra si spense Don Peppe Diana: un parroco che visse la sua breve esistenza in prima linea, battendosi con ogni mezzo a sua disposizione contro un sistema malato.
Si rese conto della necessità impellente di evitare la strumentalizzazione del fenomeno dell’immigrazione da parte della criminalità;  orientò il suo lavoro verso i giovani, invitandoli e incoraggiandoli a partecipare attivamente al dibattito culturale, politico, sociale e civile di una comunità dominata dalla camorra casalese, identificata nella figura del boss Francesco Schiavone.
Furono gli anni nei quali, piano piano, la camorra non si limitò al solo controllo dei traffici illeciti, ma riuscì a infiltrarsi all’interno di enti locali, arrivando così a gestire buona parte dell’economia del territorio.
Un uomo che sostenne i  “ senza speranza”,  gli ultimi della lista: “  Dove c’è mancanza di regole, di diritto si affermano il non diritto e la sopraffazione. Bisogna risalire alle cause della camorra per sanarne la radice che è marcia. Dove regnano povertà, emarginazione, disoccupazione e disagio è facile che la mala pianta della camorra nasca e si sviluppi”.
Ogni sua predica  profumò  di  ragionata e calibrata denuncia  etico/politica.


“Per Amore del popolo”
scritto del 1991 è un vero e proprio manifesto alla lotta contro la criminalità organizzata.
“La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato. È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale”.


Subito dopo la morte, la macchina del fango lo travolse: accuse assurde, prive di fondamenta per bloccarne la diffusione delle parole. Il tentativo fu quello di affossarne la figura, facendolo passare per dedito suddito dei clan.
Don Peppe frequentatore di prostitute, camorrista e custode di armi dirette ad assassinare il procuratore Cordova.
Innumerevoli intrepidi cronisti, consci dei meccanismi in atto, ne assunsero le difese.

Scrisse Roberto Saviano nel 2009 : “ Appena muori in terra di camorra, l’innocenza è un’ipotesi lontana, l’ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. Persino quando ti ammazzano, basta un sospetto, una voce diffamatoria, che le agenzie di stampa non battono neanche la notizia dell’esecuzione. Così distruggere l’immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale. Don Diana era un camorrista titolò il Corriere di Caserta. Pochi giorni dopo un altro titolo diffamatorio: Don Diana a letto con due donne. Il messaggio era chiaro: nessuno è veramente schierato contro il sistema. Chi lo fa ha sempre un interesse personale, una bega, una questione privata avvolta nello stesso lerciume”.

Consapevole di esporsi alla morte, non esitò a schierarsi nella lotta contro la camorra.
Emblema del riscatto della parte onesta e pulita di una terra, rappresentante spirituale di tutti coloro che reagiscono e non si piegano.