NON VOLEVO MORIRE VERGINE

0
554

Sofferenza e speranza/Somma e sottrazione/ Un corpo perso e recuperato/Sono macerie erestauro/Archeologia di sensazioni: “Non volevo morire vergine” un libro di Barbara Garlaschelli.

“ Non volevo morire vergine”,  titolo forte e provocatorio, il quale, si apre a mille possibili interpretazioni, certo, se ci fermiamo al solo  titolo.

Donna, scrittrice, e sirena che nuota nel mare immenso, già, “Sirena” come il nome dato alla prima opera con la quale Barbara racconta la sua storia:  tetraplegica in seguito a un tuffo all’età di quindici anni.

Quindici anni, l’età dei sogni e  dei grandi amori:  in un attimo tutto si sfascia, la vita cambia, il corpo subisce modifiche, i rapporti con il mondo non sono più gli stessi. La paura, il dramma e le domande: potrà qualcuno amarmi? Qualcuno potrà mai trovarmi bella, nonostante tutto? Qualcuno, qualcuno… è l’immagine lo strumento con la quale ci si presenta a terzi.

Ne deriva il rammarico di ciò che ancora non è stato fatto, di quanto avrebbe voluto fare, senza però avere lo slancio per portarlo a definitivo compimento.

Barbara riprendendo le sue parole, ad un certo punto  decide:”” Niente dovrebbe restare vergine. Nessuna vita, nessuna pagina bianca, nessun pensiero, nessun luogo. Forse qualche isola immaginaria per poter far rinascere le nostre emozioni e amarle e riamarle. 


Niente dovrebbe restare immacolato, neanche la neve, sulla quale le tracce di animali, foglie cadute, passi di uomini e donne, raccontano della Vita.
Niente dovrebbe restare vergine, né il corpo né la mente, che racchiudono in sé LA TRABOCCANTE VITALITA’ di ciò che siamo.
No, penso che non voglio morire vergine di esperienze, di vita, di sbagli, di successi, di fallimenti. Non voglio morire vergine di sole, di mare sulla pelle anche dove non sento più. Non voglio morire vergine nel cervello avido di sapere, capire, conoscere.”


Il libro narra l’educazione sentimentale e sessuale della sua autrice, dovrebbe essere un testo relativo al tema tanto dibattuto “sessualità e disabilità”, in realtà quanto si legge al suo interno, è un discorso valido per tutte le donne, e forse, anche per gli uomini, a prescindere dalla condizione.

Nella realtà esistono infatti interrogativi che tutti ci poniamo e  paure che ci accomunano. Per come la vedo io: siamo tutti un po’ disabili, nella mente, nel cuore e nel corpo.
Corpi negati, relazioni negate,  da chi, da noi o dalle circostanze?

Siamo noi i primi artefici del nostro status:  prigionieri di stupide convinzioni, che impediscono di volgere lo sguardo oltre la materialità di quanto non proviamo a scrutare da dentro, schiavi della non consapevolezza che fascino e potere non risiedono unicamente  in un pezzo di carne.

Come provare ciò che non si riesce  più  a provare? Amando nuovamente quanto si sentiva precedentemente, rinnovandolo, percependolo da un’altra prospettiva, sicuramente, maggiormente intensa e matura, perché reduce da tempeste interiori, trovare un modo nuovo per emozionare.
Amore, sensazioni, sesso ( inteso come rivincita della vita sulla morte) e ciò che da quest’ultimo deriva, appartengono a tutti, occorre il coraggio di fare quel passo in più che porta a viverli.

Abbattere barriere create dalla nostra mente, da uno stato culturale troglodita. Fissarci negli occhi, toccarci, sfiorarci, viverci, comprenderci.  Osservare con attenzione il nostro corpo, corpo in perenne mutamento,  ascoltarlo sentirlo, amarlo e riamarlo  come non siamo mai stati in grado di fare.

La capacità di sedurre, e la propensione all’essere sedotti, non hanno come base un fisico perfetto, tutto è  legato al pensiero: è gioco di sguardi e di gesti, potenzialità nel creare emozioni nell’ altro.

Riassumendo quanto scrisse Alejandro Jodorowsky: sono quattro gli elementi che ci compongono, ovverosia, intelletto, emotività, sessualità e fisicità. Ognuno di noi, cresce e si sviluppa come essere umano nelle idee, nelle emozioni, nei desideri e nei bisogni. Spingersi oltre i propri limiti,riconquistarsi, affermarsi in qualità di persone.
Attraversare ciò che è stato, ridipingersi, con i punti di forza e le  fragilità,  ripartire. Del resto, come costruiamo muri, possiamo anche  demolirli.
E’ semplicemente quel passo avanti, o indietro, rispetto a certezze prive di ragione a fare la differenza.
Vergini di cosa? Delle mille occasioni che l’ esistere implica, e da cui, spesso, decidiamo consapevolmente di scappare.

Quella della Garlaschelli è una scrittura semplice:  a volte ironica, ma anche dolce, ferma e decisa. Denuncia se stessa e i suoi sbagli, regalando al lettore il vero senso della VITA.