LUCIDA FOLLIA: STORIE DI VITA

0
1134

Il dipinto in anteprima “Lucida Follia” è dell’artista Paolo Pomati

La vita è diventata un inferno per un film e per un programma televisivo. Mi dicevano: “Mi mandi una mail”, ma io ero senza luce e senza telefono. Quasi nessuno ad aiutarmi in dodici anni da barbona!

Io sono dovuta andare al centro d’igiene mentale di Roma… Ho fatto giornalismo chiusa nelle comunità psichiatriche. Non sapevo perché le assistenti sociali usano il protocollo e gli psichiatri un “facce vede”… Purtroppo nella vita quando hai bisogno di aiuto sei protetto se hai una famiglia, un luogo dove tornare. Io non ho nessuno: mia zia è malata e vive in un’altra regione.

Fino al 2004 me ne stavo tanto tranquilla in pace di Dio. Poi ho avuto mobbing pesantissimo per la politica in Rai… La politica adesso è un prêt-à-porter: Twitter, Facebook, Instagram. Dieci anni fa i computer costavano ancora tanti soldi, i cellulari non facevano da computer portatile, niente mail…

Ero chiusa, già entrata a Lighea, la comunità psichiatrica: me la potevo beatamente risparmiare se le assistenti sociali avessero conosciuto la legge e non solo il protocollo.

Costavo alla comunità dei miei concittadini 5000 euro al mese… A stare con i malati ti ammali perché le infermiere mi buttavano, per avere ordine nella stanza, la pelliccia presa in Ucraina. I miei amici… Lascia perdere: a chi vuoi che interessi… Non puoi farci niente… Ci sono voluti sette anni e mezzo per fare causa e li ho superati…

Avevo tutto Estée Lauder, tutto Valentino, tutto Max Mara, tutto Les Copains e un cane, Pompei Esposito… Il mio cane me l’hanno portato via con una crudeltà drammatica: era incinta, era tutta la mia vita.

Ho sofferto e lottato per rientrare in Rai che mi manca da morire: è cambiata tanto, tutto moderno, scenografie bellissime. Sono dieci anni che manco dalla televisione: ho continuato a mandare curriculum, ho fatto un appello sull’Avvenire scrivendo al direttore, ma non mi ha offerto una collaborazione.

 Ho cominciato ad andare al monte di pietà: lasciavo l’oro che era di mia madre, Baume & Mercier e Eberhard.

Abitavo a San Pietro in pieno centro a ROMA e mi manca Roma mi manca Roma…Mi manca

Adesso la Rai si è rinnovata tantissimo: bellissime scenografie e i programmi della sera vanno anche al mattino. Quanti currriculum mandati inutilmente… Neanche cane crepa. Eppure ho vent’anni di tv alle spalle: l’ultimo lavoro dalla comunità psichiatrica Lighea per Rainews; con due documentaristi abbiamo raccontato i venditori di rose, le chat cattoliche, i gasdotti. Poi per Rai educational la comunità psichiatrica Mizar.

Poi sono crollata ossessionata dagli infermieri, ossessionata dal dover dar conto come se avessi cinque anni, neanche mia madre era curiosa della mia vita così. Sono stata offesa da infermieri curiosi, da educatrici con una mentalità… Non sanno chi è  Carlo Goldoni, non sanno chi è Maria Rita Parsi: ho perso molto smalto.La televisione mi manca.

Adesso frequento l’associazione Onlus di Francesco Comelli che ha creato una storia importante sul giornalismo emotivo che vuol dire farsi coinvolgere dai fatti e dire la propria con animo candido. In associazione nessuno giudica come fanno invece con me al Cps: si sentono padroni della tua vita per 200 euro che ti arrivano dal Comune. Io sono pronta a rinunciare all’assegno d’invalidità civile. Lavoro per Confidenze come collaboratrice: scrivo due storie sul disagio risolto al mese. Sono felice che Francesco Greco, che è il mio mito da quando ero a Chi l’ha visto?, ha detto che si occuperà di finanza e di terrorismo. Sono felice: è il mio mito, lo amo da morire ho una passione per quell’uomo.

A Trento nel 2005 aveva avvertito tutti della crisi: lui non avrebbe fatto chiudere il negozio a mia zia, lui avrebbe fatto altro. La crisi sarà anche mondiale, ma ci andiamo di mezzo noi, quelli che sono deboli. Ringrazio questa testata, ringrazio un’amica che mi ha regalato un paltò, un montone e una pelliccia di sua mamma che per me sono doni immensi.

Tutti questi dieci anni nei letti di contenzione delle psichiatrie milanesi non sono serviti assolutamente a niente.